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OPPOSTA DIREZIONE - Pubblicazione non periodica eurasiatista. A cura del Coordinamento Progetto Eurasia. Responsabile di redazione Paolo Bogni. Diffusione interna gratuita.
OPPOSTA DIREZIONE NUMERO 10 - APRILE 2009
Sommario
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Fratello maschio, perché le stupri? di Paolo Bogni Stupro a
Capodanno. Stupro a Torlonia. Stupro a San Valentino. Quanti stupri e
quante violenze sul corpo e sulla psiche di una donna. Non facciamoci
ingannare, però, dall’impatto mediatico di questi eventi in cui
l’aggressore è uno sconosciuto agli occhi della vittima.
Statistiche italiane alla mano - Documento Istat, Rel.
Dott. Luigi Biggeri, Dicembre 2007 - Il 69% delle violenze subìte
dalle donne è stato commesso all’interno delle mura domestiche o
perpetrate da parenti, amici o fidanzati. L’oltraggio - nella
maggior parte dei casi - ha dunque l’amaro gusto della familiarità.
Inoltre, per smentire clamorosamente il luogo comune che vuole lo
straniero come stereotipo del violentatore perfetto, lo stesso
Documento ci ricorda che il 90% degli stupri è commesso da maschi
italiani. Inutile girarci intorno. Altre analoghe statistiche
allargate al “primo mondo” - quello civile e industrializzato - ci
ricordano impietosamente che gli abusi su donne e minori sono compiuti
in prevalenza da autoctoni. In altre parole, quella degli abusi
sessuali è un’altra spia allarmante che denuncia il malessere di un
occidente sempre più alla deriva. Coloro i quali volessero dar vita a
progetti politico-sociali alternativi (tra i quali il Progetto Eurasia)
e che si ponessero come obiettivo il superamento di questa Epoca
potente ma declinante nei valori e nelle “espressioni”
antropologiche, non possono esimersi dal sottovalutare questo problema
che riguarda il rapporto tra i sessi nei suoi aspetti patologici e
criminali. E’al nostro fratello maschio che dobbiamo porre alcuni
interrogativi finali. E quando lo chiamiamo fratello intendiamo il
termine nel senso suo più proprio. Con lui siamo severi e duri nei
giudizi; ma è uno di noi. C’è un’universalità di fondo nel
momento dello sguardo iniziale rivolto ad una donna che accomuna ogni
maschio del genere umano. Diverse e infinite sono le successive
declinazioni - distinte da individuo a individuo - che portano a
molteplici relazioni tra i due sessi. Ma la comunanza di fondo rimane.
Ed è giusto ricordarla perché non siamo né ipocriti né infami. Le
formule attraverso le quali gli interrogativi verranno posti sono ad
un livello prepolitico. Si tratta di capire cosa sta succedendo al
maschio occidentalizzato e cosa muove il suo impulso omicida (perché
uno stupro è - a suo modo - un omicidio). Vi sono dei fenomeni
sociali e culturali che oggettivamente hanno destabilizzato la psiche
del maschio e ne hanno causato lo smarrimento della vecchia identità,
accentuandone la furia omicida. Nell’ultimo secolo la donna ha
modificato il proprio ruolo nella famiglia e nella società; la
famiglia stessa è modificata sia nei rapporti moglie-marito sia nei
rapporti genitori-figli. In entrambi i contesti il primato maschile ha
subìto un forte ridimensionamento. Giusto o sbagliato che sia, questo
ridimensionamento è, a tutti gli effetti, un autoridimensionamento.
Un clamoroso caso di masochismo (in)consapevole. I maschi
rappresentano la stragrande maggioranza di quell’aggregato umano che
sottende alla direzione del sistema capitalista e - soprattutto
- all’organizzazione degli apparati “culturali” che formano la dottrina
del consumismo, religione dei bisogni artificiali e indotti senza la
quale il capitalismo non reggerebbe un minuto. Sistema e dottrina
interagiscono tra loro e istruiscono i cambiamenti epocali a loro
funzionali. Donna emancipata e famiglia modificata sono esigenze
insopprimibili per i loro nefasti interessi. Le nuove figure di donna
e la diversificazione delle famiglie aumenta a dismisura il binomio bisogno-consumo,
altrimenti limitato in un’epoca in cui siano ancora presenti tracce
della vecchia società tradizionale. Non importa qui indagare quali
siano i livelli di percezione della loro strumentalità al disegno
capital-consumista della donna o della/e nuova/e famiglia/e.
Importante è invece capire come il maschio abbia perso potere
effettivo di decisione nei nuovi contesti. Più il capital-consumismo
si rafforza negli ingranaggi impersonali (profitto, iperconsumo,
globalizzazione,..), più gli stregoni maschi che lo hanno evocato ne
perdono il controllo ed entrano in crisi di identità. L’impulso
distruttivo da esercitare su donne e bambini sono il segno di
debolezza del maschio occidentale. Sono il tragico tentativo di
un’impossibile quanto vigliacca rivincita esercitata attraverso il
possesso coatto di corpi indifesi. Difficile sostenere, però, che la
furia omicida di questi nostri fratelli maschi sia solo un derivato
dei mutamenti socio-economici. E’ anche vero, infatti, che pure
all’esterno e precedentemente all’epoca occidentale la donna è
stata (o è tuttora) oggetto di violenza. L’occidente ha tuttavia
una particolarità che lo distingue da tutti gli altri contesti
storici, economici e sociali. E’ l’unico contesto che ha
radicalmente mercificato l’intera esistenza umana. La donna
emancipata è vissuta anch’essa come merce a cui non riconoscere
dignità alcuna. L’invidia maschile nei confronti del terreno
guadagnato da parte della donna completa il quadro per la vendetta di
genere. Dove finirà la corsa del maschio assassino? Caro fratello,
hai perso il primato che non riconquisterai con il possesso forzato
del corpo di una donna. Conosciamo i tuoi impulsi e i desideri carnali
che fanno parte di una natura viva. Perché sono gli impulsi e i
desideri che proviamo anche noi. Comprendiamo che il sogno è
definitivamente morto nel deserto nichilista dove sopravvivi. Ma cosa
ottieni infierendo sui loro profumi e i loro sorrisi spezzati? Pensi
di riacquistare autorità in una comunità all’oggi inesistente?
Perché, invece, caro fratello stupratore, anziché trasformare quegli
impulsi e quei desideri in bestialità, non li adagi in una poesia da
narrare per reinventare una nuova relazione con la donna emancipata?
Per aiutarla e aiutarci a deoccidentalizzarci? Mettiamola in difficoltà
in questo modo, la “mascolina” moderna, che non si aspetta più un
maschio romantico o il principe azzurro ma un automa frugale nei
sentimenti, dedito alla produttività e in forte crisi di identità.
Al contrario, susciti la creazione - ovvia e giusta – di
risentimento, rancori, odi e disprezzo. E allora, caro fratello
maschio, perché lo fai? Fratello maschio, perché le stupri? La riforma sanitaria di Barack Obama di Matteo Pistilli Dopo
l’elezione come presidente degli Stati Uniti di Barack Obama ed i
continui elogi che gli vengono rivolti a 360 gradi da tutta l’arena
politica mondiale, potrebbe essere utile soffermarci a riflettere
brevemente sulla tanto famosa riforma sanitaria americana. Grazie a
questa in molti trovano la conferma che Obama è davvero una ventata
di novità, che è la speranza di tutta l’umanità e via dicendo;
tutto in linea con la costruzione del personaggio Barack
Obama presentato come l’ennesima salvezza targata USA. Ma
se lasciamo correre l’aggressione mediatica e ci fermiamo a
ragionare su questa riforma sanitaria, in realtà le conclusioni
devono essere ben diverse da quelle comunemente accompagnate da
felicitazioni, elogi e speranze. Per ora l’unico provvedimento preso
dal congresso è l’allargamento della previdenza sociale gratuita
per 4 milioni di minori poveri. Ovviamente si è fatto passare questo
provvedimento come salvifico, ma se andiamo a vedere bene, 4 milioni
di cittadini Usa equivale all’1,3% della popolazione; per farsi
un’idea la stessa percentuale in Italia riguarderebbe circa 600000
persone (senza badare al fatto che facendo la percentuale soltanto fra
la popolazione dei minori la cifra sarebbe ancora minore). Detto
questo è ovviamente positivo che qualche povero cristo in più possa
avere la possibilità di curarsi, però dovrebbe far pensare che la
potenza guida mondiale, la superpotenza che espande il proprio
controllo militare e la supremazia culturale su tutto il globo (e
particolarmente sul nostro continente eurasiatico) deve fare cosi
tanta fatica per garantire cure a bambini poveri; anche perché questa
misura è passata al congresso con molti problemi avendo avuto quasi
la metà dei voti contro. In quasi tutto il mondo le cure sono
garantite a tutti i cittadini, ma negli Usa, il centro del potere
politico, economico, culturale che vorrebbero imporci (continuare a
imporci per sempre), si fanno aspri dibattiti per decidere se dare o
non dare assistenza sanitaria a un numero limitato di bambini
poveri!!! Per non parlare degli scontri che stanno avvenendo per il
prosieguo della riforma - che sono trasversali – e non riguardano
come si potrebbe immaginare democratici contro repubblicani (e questo
a riprova che la mentalità e la cultura americana sono salde e
granitiche in tutto il sistema politico yankee). E qui la cosa si fa
ancora più interessante perché in realtà la logica che sottintende
le possibili misure è tutta economica. L’impoverimento di gran
parte della popolazione americana, infatti, ha comportato
l’impossibilità per molti di permettersi un’assicurazione
sanitaria (costa migliaia di dollari all’anno) e quindi la
diminuzione di polizze assicurative ha comportato un innalzamento dei
prezzi di queste, con conseguente spirale negativa che ripropone
questo schema all’infinito. Ciò mina le basi di quella grande
risorsa economica e finanziaria che sono appunto le assicurazioni. Per
questo motivo, l’amministrazione Obama ha pensato bene di abbassare
i prezzi delle assicurazioni (in questo consiste la riforma),
riportarle al limite per cui quella spirale negativa possa fermarsi;
è la stessa logica che utilizzano le finanziarie per prestare soldi
ai malcapitati clienti: tassi di interesse altissimi, ma appena sotto
la soglia oltre la quale il cliente non accetterebbe il prestito. Il
sistema sanitario, vale la pena sottolinearlo, non diverrebbe
pubblico, come in Europa, bensì rimarrebbe privato, comportando vere
e proprie tragedie umane ed economiche al momento di incappare in una
malattia. Questo è il sistema sanitario americano, questo è il
sistema della potenza globale americana. Non sarebbe ora di rendersene
conto e ripensare le genuflessioni nei confronti di chi aspira a
governare il mondo intero? Ovviamente, se la riforma sull’un
percento dei bambini o l’altra potranno dare una mano a qualche
(s)fortunato americano, non possiamo che esserne umanamente contenti e
soprattutto non compete a noi europei andare ad intromettersi
nell’amministrazione degli Stati Uniti d’America; ma allora perché
gli Stati Uniti d’America invece si intromettono nella nostra vita
propinandoci il loro sistema di sviluppo, l’occupazione militare (più
di 100 basi Nato-Usa solo sul territorio italiano), pilotando le
scelte politiche? E’ evidente che, per esempio nel sistema della
sanità, si stiano portando avanti privatizzazioni selvagge e si
cominci a parlare anche da noi di assicurazioni private; insomma si
sta procedendo verso un sistema sanitario (ma questo anche in tutti
gli altri settori) simile a quello americano. Ciò è anche colpa
della classe dirigente italiana ed europea tutta intenta a magnificare
il dominio degli Usa sul mondo intero e poco propensa a fare davvero
gli interessi dei propri cittadini. Eppure avremmo i mezzi, gli spazi,
le possibilità di auto-governarci, portando avanti la cooperazione
europea ed eurasiatica, così da salvaguardare la cultura che ancora
(per poco) ci distingue da quella americana. Questo dobbiamo tenere a
mente quando i nostri politici parlano; dobbiamo renderci conto se il
sistema che ci vogliono importare è positivo oppure no, se per quanto
ci riguarda è in realtà un ritorno al passato, alla povertà, alla
guerra di tutti contro tutti. Come si può elevare a sistema mondiale
(oltre al fatto che un sistema uguale per tutte le culture così
diverse è per forza negativo!) una cultura, come quella americana,
che non garantisce neanche ai propri cittadini le cure mediche
necessarie per vivere in tranquillità e sicurezza? Questo vorremmo
sapere da chi, eletto da noi, oppure nominato direttamente dai poteri
forti e quindi inamovibile (banchieri e soci), continua a propinarci
la solita velenosa minestra. Ai confini della realtà, agli antipodi della verità di Simone Boscali Uno degli
strumenti principali con cui il Sistema dei governi e degli interessi
oligarchici che li reggono impone il proprio dominio è la diffusione
di falsi nemici e falsi problemi su cui dirottare l'attenzione della
gente. E' un metodo che ha permesso per decenni, a partire da tutto il
'900, di deviare anche gli sforzi dei più attenti osservatori e
intellettuali della politica contro donchichottiani mulini a vento
mentre i mali che realmente mettevano in ginocchio l'umanità
passavano inosservati sotto i loro nasi come i marinai di Ulisse dalla
grotta di un Polifemo reso cieco. Politica e oligarchie economiche
hanno portato questa tecnica a una tale raffinatezza ed efficacia che
sempre più arrivano all'azzardo di non limitarsi a diffondere falsi
bersagli, ma addirittura arrivano a ribaltare come un guanto la realtà
proponendo di essa una versione diametralmente opposta. E così mentre
l'arroganza sionista ritorna a prendere corpo in risposta a un
risveglio della resistenza araba e musulmana e la censura intorno a
chi critica le politiche israeliane si è fatta totalitaria, il circo
mediatico e diplomatico ci vende il messaggio secondo cui il problema
è proprio l'opposto, ossia che nel mondo sta riprendendo vigore un
antisemitismo permeato nel caso mediorientale di fanatismo islamico e
in Europa di neonazismo, e che la critica all'esistenza di Israele è
inaccettabile. Ma i nostri nemici non sono così intelligenti come la
massa li fa apparire di riflesso alla propria ingenuità. Basta
scavare poco in profondità per smascherare l'inganno e capire che
quella del circo mediatico altro non è che una banale esibizione per
far intrattenere il popolino. Mentre su internet i blog e i siti anche
minimamente antisionisti (diverso quindi da antisemiti) sono
pochissimi, difficilmente rintracciabili e presto bloccati dalla
Polizia Postale, i siti e blog di segno opposto spuntano come funghi,
sono sempre in testa ai motori di ricerca, e lavorano spesso di
concerto, come è possibile verificare attraverso i vari blog sionisti
ospitati dalla piattaforma “ilcannocchiale.it”
(Liberali per Israele, Il Blog di Barbara, Israele
Diversa, etc.). Blog gestiti da persone molto permalose, facili
alla censura dei commenti, e spesso residenti in Israele che però,
chissà perché, vengono a vendere le loro notizie su portali italiani
e in lingua italiana, come a voler fare propaganda. Un clima simile lo
si respira nella cinematografia. Mentre il mondo viene stritolato
dall'usura delle banche, dal produttivismo e da politiche estere che
sono solo un gioco a scacchi dei potenti in cui chi crepa è sempre il
pedone, Hollywood e dintorni vorrebbero farci credere che il nemico da
cui guardarci ancora oggi sono redivivi nazisti contro cui è bene
organizzare la resistenza nelle foreste e arditi attentati dinamitardi
(The Defiance, Operazione Valchiria), oppure si inneggia
alla presa di coscienza pacifista di Israele che balla un Valzer
con Bachir mentre gli israeliani stessi eleggono al governo la
destra più oltranzista e aggressiva. L'informazione di servizio dei
giornali e dei tg fa ovviamente la sua ignobile parte. Tutta
l'attenzione, anche quando gli israeliani attaccano e fanno strage, è
focalizzata sul diritto di Israele ad esistere... cosa che di fatto
nessuno mette in discussione anche se a sentire i giornalisti ogni
critica alla politica di Tel Aviv è interpretata come un invito al
ripristino dei treni per Auschwitz. Quindi, mentre la corrente tira a
valle, la gente si lascia stupidamente convincere a remare verso
monte... restando inevitabilmente ferma mentre gli inganni e le
manipolazioni se la filano indisturbate alle loro spalle. Evo Morales
è una medicina per i Popoli di Michele
Orsini
Vienna, 11
marzo 2009, apertura della Conferenza internazionale dell'Onu sulla
droga, intervento del presidente boliviano Evo Morales, ex leader dei cocaleros.
L’oratore tiene in mano una foglia di coca, ad un certo punto la
mostra alla platea ed afferma: “questa foglia di coca è una
medicina per i popoli!”, se la porta alla bocca, inizia a masticarla
e continua: ''se e' una droga, dovreste mettermi in galera. Le foglie
di coca non sono cocaina, non fanno male alla salute, non hanno alcun
effetto psicotropo e non danno dipendenza. La coca (…) non è
dannosa per la salute umana nel suo stato naturale”. Morales ha
chiesto per l’ennesima volta che la foglia di coca venga tolta dalla
lista dei narcotici, stabilita a Ginevra nel 1961 in occasione della
stesura della Convenzione Unica sugli Stupefacenti, suggerendo
che al suo posto venga inserita la pasta di coca, prima trasformazione
verso la cocaina. In Italia intanto infuriavano le polemiche suscitate
dalla proposte di modifica che il governo ha presentato alla legge
Fini-Giovanardi. Occhi puntati in particolare su Trieste, che ospitava
tanto la Quinta Conferenza Nazionale sulle Droghe, tenutasi dal 12 al
14 marzo al Teatro Verdi, con interventi di entrambi i politici che
danno il nome alle succitata legge, che un contro-convegno di
protesta, organizzato negli stessi giorni nel vicino Teatro Miela
dalla Rete Operatori del Friuli-Venezia Giulia, che si occupa
di tossicodipendenze. Nella giornata d’apertura alcuni operatori
della Rete hanno anche contestato Giovanardi mentre questi rispondeva
ai giornalisti. Della provocazione di Morales a Trieste, come ovvio,
si è parlato molto, in particolare al Miela gli sono stati tributati
grandi applausi, trattandolo come una nuova icona antiproibizionista:
un’evidente forzatura. Evo Morales può essere considerato sì una
bandiera, ma della lotta all’imperialismo occidentale. La sua
battaglia non è per una liberalizzazione delle droghe, ma per la
difesa della sola foglia di coca che, al naturale, considera non una
droga ma una medicina. Difendere la coca significa difendere la
millenaria cultura andina nel suo complesso. Quando nel XVI secolo gli
Spagnoli penetrarono in Perù vietarono agli indios il consumo di
foglie di coca. Un Editto spagnolo datato 18 ottobre 1569 definiva la
coca “una idolatria, un’opera del demonio” che “fortifica solo
in apparenza e per volontà del Maligno”. Queste preoccupazioni
metafisiche furono superate quando si capì che era più conveniente
sfruttare economicamente la “diabolica” pianta e si iniziò a far
lavorare (in condizioni disumane, anche 48 ore di seguito senza né
cibo né sonno) gli indios nelle miniere, pagandoli soltanto con
foglie di coca. Questi fatti storici, sconosciuti o quasi in
Occidente, chiariscono come questa battaglia di Morales si inquadri
coerentemente nella sua lotta per l’emancipazione degli indios da
una parte e abbia un valore simbolico nella lotta all’imperialismo
(oggi non più spagnolo ma yanquis) dall’altra. La foglia di
coca è per di più una delle poche risorse naturali delle quali la
Bolivia è ricca, sdoganarla come medicinale potrebbe avere importanti
ricadute politiche ed economiche: gli Usa vedrebbero un loro
avversario rafforzarsi, le multinazionali farmaceutiche perderebbero
di certo una fetta dei loro introiti. Nella sua visita al Cremlino di
circa un mese fa Morales ha raggiunti numerosi e importanti accordi
col presidente Dmitri Medvedev, compresi quelli concernenti la
collaborazione nel contrasto del narcotraffico: la potenza eurasiatica
è così diventata il partner principale della Bolivia. La
collaborazione tra La Paz e Washington nella lotta alla droga si è
chiusa definitivamente: ciò era inevitabile dopo che il governo Bush,
nello scorso settembre, aveva affermato di considerare Bolivia e
Venezuela tra gli “stati che hanno fallito in maniera dimostrabile
nella lotta alla droga”. Allora il direttore dell’ONA,
l’Ufficio nazionale antidroga del Venezuela, colonnello Nestor
Reverol, definì la dichiarazione statunitense “unilaterale,
coercitiva e arbitraria”, ricordando che la Carta dei diritti e
doveri economici degli Stati dell’ONU impedisce di “adottare
misure economiche e politiche (…) per ottenere la subordinazione di
uno Stato nell’esercizio dei diritti sovrani”. Morales
affermò che “gli Usa non hanno nessuna morale per parlare di
droga” e accusato la DEA, l’agenzia antidroga statunitense,
di cospirare contro il suo governo. Al momento dell’elezione di
Barack Obama ha poi caldeggiato un miglioramento nelle relazioni tra i
due paesi, ma ha messo in chiaro che non permetterà mai più alla DEA
di tornare in Bolivia. Come a dire che Obama sarà (forse) meglio di
Bush, ma degli yanquis non c’è comunque da fidarsi: una
consapevolezza che purtroppo dalle nostre parti stenta ancora ad
attecchire… Comunitarismo
come alternativa alla globalizzazione di Michele
Franceschelli Sabato 28
Marzo a Bologna, presso la Sala dell’Angelo in via San Mamolo 24, si
è tenuta la conferenza di presentazione del libro “Alla ricerca
della speranza perduta”, scritto da Costanzo Preve e Luigi
Tedeschi e pubblicato dalla Settimo Sigillo nel febbraio del 2008.
L’evento è stato organizzato dal blog Anchesetuttinoino che,
nato sotto le due torri, ha velocemente intessuto importanti
collaborazioni con altre persone sparse per l’Italia. Le tematiche
affrontate dal blog sono spesso eterogenee per contenuti e punti di
vista, ma sono accomunate, come suggerisce il nome stesso, dalla
volontà di contrastare, con un esercizio di studio e confronto, lo
schiacciante conformismo culturale di massa, cercando di andare oltre
gli schemi interpretativi dominanti. La conferenza di sabato 28 Marzo
è rientrata perfettamente all’interno di questo percorso di ricerca
di nuovi modelli conoscitivi della realtà odierna e di proposizione
di credibili proposte alternative. “Alla ricerca della speranza
perduta” infatti è scritto da due esponenti di opposte
fazioni di destra e di sinistra, interpreti nei decenni passati di una
guerra civile angosciosa che ha prodotto profonde ferite ancor oggi
aperte. I due autori, però, non hanno avuto paura a mettere in
discussione se stessi, con tutto il patrimonio culturale e spirituale
che gli appartiene, confrontandosi francamente con le idee
dell’altro. Preve e Tedeschi non disconoscono le appartenenze
di origine, ma considerano tali radici culturali un elemento
di partenza, il cui superamento deve essere realizzato tramite una
riflessione aperta sulle tematiche del lavoro, della giustizia
sociale, del capitalismo, della globalizzazione,
dell’imperialismo Usa, per giungere alla formulazione di
modelli sociali differenti ma contigui e compatibili, che trovano uno
sbocco comune nella proposta comunitarista. E’ una posizione che
rompe la staticità delle appartenenze ideologiche identitarie di
destra e sinistra, ridotte ormai al ruolo di testimoni di un’epoca
esaurita. Una collocazione di questo tipo è solitamente impedita o
emarginata; nella nostra città in modo particolarmente soffocante.
Per tale motivo la conferenza è stata importante anche per dare
ulteriore impulso al processo di superamento di un certo tipo di
contrapposizioni politiche, che motteggiano gli anni’70,
scleroticamente sopravvissute in sparuti gruppi per mascherare la
mancanza di idee e soluzioni per l’attualità. Il libro, pur
pubblicato più di un anno fa, è ancora estremamente attuale, dato lo
stravolgimento che sta subendo l’ideologia dominante a causa dei
trambusti della crisi economica internazionale; il mutamento in atto
impone al sistema dominante incentrato sugli Usa di ridefinirsi,
ed è necessario pertanto l’aggiornamento continuo, attraverso una
riflessione profonda scevra da pregiudizi identitari, per comprenderne
le nuove caratterizzazioni. E’ uno sforzo che Preve e Tedeschi
stanno compiendo da diversi anni ed è auspicabile che si prosegua su
questa strada, senza farsi intimorire o frenare dalle difficoltà che
inevitabilmente si incontrano. Signoraggio Secondario: come prestare denaro che non esiste… di Manuel Zanarini Come
funzionano i prestiti bancari? Facciamo un “piccolo” passo
indietro nel tempo. Una volta i mercanti giravano con le loro belle
monete d’oro per le strade d’Europa, ma viaggiare così era
piuttosto scomodo e insicuro, così pensarono di trovare
un’alternativa. Il sistema ideato era semplice ma ingegnoso: le
monete venivano depositate presso alcuni uffici (le banche) le quali
rilasciavano degli attestati che garantivano il possessore
dell’equivalente in oro del credito che contraevano col mercante.
Per riscuotere l’oro relativo, bastava recarsi dal banchiere, dargli
il “titolo” e in cambio si ricevevano le monete. La banca si
faceva pagare la commissione sui servizi offerti. Il risultato era che
le monete restavano ferme e quello che girava erano solo pezzi di
carta, coperti dall’oro depositato e dalla fiducia di poterlo
riscuotere. Per fare un esempio, io mi recavo dal banchiere con 100
monete d’oro e lui mi dava 10 titoli validi per 10 monete l’uno.
Dopodichè mi recavo dal contadino e compravo della frutta dandogli
non le monete, ma un pezzo di carta che da un lato attestava il mio
debito nei suoi confronti, dall’altro il suo credito nei confronti
della banca per 10 monete. Così facendo anche la banca aveva un
debito, coperto dall’oro che gli davo in custodia. A questo punto il
contadino ha due possibilità: o va dal banchiere col titolo di
credito e ritira le monete d’oro, oppure fa altri acquisti pagandolo
coi titoli (lasciando le monete sempre a disposizione del banchiere). Col
passare del tempo, il banchiere si accorse che solamente il 10% dei
titoli venivano riscossi, mentre il 90% dell’oro rimaneva fermo nei
suoi depositi. Allora pensò di farlo fruttare cominciando a
prestarlo, bastava tenerne fermo il 10% e non c’erano problemi.
Lasciamo ora i tempi andati e trasferiamoci nelle odierne banche. Come
sappiamo (si veda l’articolo sul signoraggio primario: N.8-II°
Opposta Direzione, dicembre 2008) al giorno d’oggi, il denaro non è
più coperto da riserve auree; infatti oggi i prestiti devono essere
coperti dal capitale bancario. C’è solo un piccolo problema: il
capitale di cui si parla non corrisponde ai soldi realmente posseduti
dalle banche. Vediamo di spiegare meglio la situazione. Gli accordi
definiti “Basilea I” del 1988 stabilivano che i prestiti dovevano
essere coperti almeno per l’8% con capitale proprio (Eigenkapital).
Nel 2006 si sono siglati i nuovi accordi, “Basilea II”, che hanno
variato la percentuale, tra 1,6% ed il 12% secondo il rischio di
insolvenza, ma hanno lasciato immutato il fatto che la copertura sia
data dal capitale e non dal denaro; infatti nel capitale di una banca
rientrano anche i crediti che questa ha concesso alla clientela.
Facciamo un esempio considerando il sistema bancario come un soggetto
unico. Io chiedo alla mia banca un prestito di 1.000 Euro e per questa
cifra mi viene fatto credito, l’istituto conteggerà 1.000 Euro come
liability (denaro dovuto) e 1.000 Euro nell’asset (attivo
patrimoniale). Ora io uso questo credito emettendo un assegno ad una
ditta per pagare dei lavori e quest’ultima invece di incassarlo lo
versa sul suo conto in banca. A questo punto la banca accredita alla
ditta i 1.000 Euro e contemporaneamente segna nel suo patrimonio gli
stessi 1.000 Euro, senza togliere i miei 1.000. Così facendo il
patrimonio della banca risulterà aumentato del 100%, da 1.000 a
2.000, senza aver utilizzato nessun denaro reale; infatti, giova
ricordare, che gli accrediti, i bonifici, gli assegni,ecc. non sono
reale denaro, ma solo promesse di pagamento per un certo valore di
denaro! Come abbiamo detto, la copertura dei prestiti è data dal
patrimonio bancario, che in questo caso, senza aver nessun tipo di
reale garanzia, sarà raddoppiato, così come raddoppierà la
possibilità della banca di prestare denaro. Senza considerare che con
questo stratagemma, le banche nascondono enormi guadagni; infatti
comunemente il sistema ci fa credere che le banche guadagni solo le
differenze d’interesse, ma non spiegano gli enormi aumenti
“virtuali” di patrimonio da cui ricavano ulteriori interessi. Ora
che abbiamo visto che la banca presta “denaro virtuale” senza
alcuna garanzia e soprattutto senza alcun costo, tranne la fatica di
fare un click col mouse , vediamo nel dettaglio come funziona la
creazione di questo “denaro virtuale”. Supponiamo che io depositi
100 Euro in banca e che il coefficiente di riserva frazionaria, la
quantità che per legge va detenuta nell’istituto,sia del 2,5%, la
banca stessa potrà prestare 100:0.05=2.000 Euro, ora se l’interesse
sui prestiti fosse sempre del 2,5%, la banca guadagnerebbe di soli
interessi 2.000x2.5%= 50 Euro. Il risultato è che la banca, sui 100
Euro che ho depositato, guadagna il 50% di interessi ed il 2.000% di
capitale (questo si chiama signoraggio secondario)!!!! Secondo
alcuni studiosi, però, questi sono dati al ribasso. Infatti, esiste
una legge che consente alle banche la mobilizzazione delle riserve,
cioè possono movimentare l’intera riserva, purché alla fine della
giornata la riserva media giornaliera calcolata su un mese sia pari
all’ammontare della riserva dovuta, in buona sostanza possono
prestare l’intero deposito, purché a fine giornata il conto che
ogni istituto ha preso la banca centrale non sia in negativo. Questo
fa sì che girando il “denaro virtuale” attraverso vari istituti
durante la giornata, 1.000 Euro “reali”possono diventare 50.000
nell’arco di 24 ore, con un evidente pauroso guadagno da
signoraggio secondario, considerando un tasso del 5% si parla di
ricavo per 2.500 Euro, a fronte di interessi pagati di appena 20
Euro(al 2%)! (per approfondimenti: G. Venturi, “riserva frazionaria
vs. riserva totale”, pag. 63, Euroschiavi, A. Miclavez – M.
Della Luna, AriannaEditrice, luglio 2006). Alcune considerazioni
s’impongono. Innanzitutto bisogna denunciare la menzogna che viene
comunemente diffusa che le banche guadagnerebbero solo la
differenza tra interessi passivi e attivi; infatti, come abbiamo
visto, le cifre sui cui queste percentuali vengono calcolate sono
molto diverse! Secondo, che grazie a questo sistema, il 90% del denaro
circolante è “virtuale” (assegni, bonifici, accrediti,
prestiti,ecc.), quindi “creato” senza costi dalle banche, ma sul
quale il cittadino deve pagare interessi frutto del suo lavoro,
facendo guadagnare loro cifre spaventose, al contempo indebitandosi
sempre più. Infine, va considerato che il “denaro virtuale”
circolante al mondo è 5 volte maggiore di tutti i beni esistenti.
Ciò significa che il denaro circolante rappresenta un debito scoperto
per l’80%! Il sistema mondiale si regge sul fatto statistico che
meno del 2% dei depositi bancari verranno ritirati. Il
“giochino” si rompe quando succedono crisi come in Argentina o in
Inghilterra, allorché la gente va in banca pensando di poter ritirare
il “denaro reale”, col risultato di inutili file davanti agli
sportelli per sentirsi rispondere che i soldi non ci sono!!! Immigrazione, una risorsa …per chi? di Gianfredo Ruggiero L’immigrazione
è generalmente considerata una risorsa, io invece la considero una
sconfitta, anzi una duplice sconfitta. Una sconfitta per i paesi
d’origine che si dimostrano incapaci di assicurare un futuro ai loro
figli costringendoli ad abbandonare la propria terra, i propri
affetti, le proprie abitudini per cercare fortuna, dopo aver
rischiato la vita a bordo di una carretta del mare, in paesi spesso
inospitali. Come accadeva ai nostri nonni, quando con la valigia di
cartone legata con lo spago in mano, leggevano esterrefatti
all’ingresso dei bar della Svizzera interna cartelli con scritto:
“vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Rappresenta una
sconfitta per i paesi di approdo per gli inevitabili conflitti sociali
che ne derivano quando, come nel nostro caso, il fenomeno raggiunge
proporzioni di massa. Agli spacciatori italiani si aggiungono gli
spacciatori stranieri, agli stupratori italiani si aggiungono gli
stupratori d’oltreconfine, alla mafia italiana si aggiunge quella
cinese, russa e albanese. Senza contare la recrudescenza di rapine e
furti nelle abitazioni nonostante la militarizzazione del territorio
con telecamere ad ogni angolo di strada e forze di polizia,
carabinieri, militari, vigili, vigilantes e (patetiche) ronde più o
meno padane a presidiare i quartieri. A questo punto dobbiamo
domandarci a chi giova l’immigrazione, che molti si ostinano a
considerare una risorsa, valutato l’altissimo costo sociale ed anche
economico che tutti noi siamo chiamati a sostenere. Anche gli
immigrati infatti si ammalano e vanno curati a spese dello Stato, le
case popolari non bastano e ne vanno costruite di nuove anche per
loro, davanti agli uffici degli assistenti sociali la coda dei
disperati è sempre più lunga. La realtà è che l’immigrazione più
che una risorsa per l’Italia è una convenienza per molti, come
dimostra il paradosso che stiamo vivendo: da un lato italiani
disoccupati o in cassa integrazione, famiglie alla disperazione e
giovani senza futuro e dall’altro immigrati che invece un lavoro lo
trovano. In tutti i settori della nostra economia dall’industria ai
servizi, dall’artigianato all’agricoltura, troviamo stranieri che
fanno gli stessi lavori degli italiani. Se gli immigrati un lavoro lo
trovano e gli italiani no cosa significa? Che siamo diventati un
popolo di lazzaroni? Che i nostri giovani non hanno più voglia di
lavorare? Che consideriamo degradante perfino fare l’operaio?
Sicuramente c’è del vero in queste affermazioni: molti italiani più
che al lavoro ambiscono al posto, molti disoccupati lo sono solo per
il fisco, molti figli piuttosto che sporcarsi le mani preferiscono
farsi mantenere dai genitori… ma bastano queste considerazioni a
spiegare un fenomeno, quello dell’immigrazione più o meno
clandestina, regolare o irregolare che sia, in forte e continua
crescita? La verità è che gli stranieri, a prescindere dal tipo di
occupazione, sono preferiti sempre di più agli italiani. I nostri
imprenditori scelgono gli immigrati per il semplice motivo che costano
meno e rendono di più. Sono disponibili a lavorare in nero, non
fanno storie quando gli si chiede di lavorare 10/12 ore al giorno per
poche centinaia di euro, per dormire si accontentano di una branda in
una fabbrica abbandonata o sono disposti a lasciare parte del loro
magro compenso al datore di lavoro per un posto letto in un tugurio,
se cadono dall’impalcatura nessuno se ne accorge, nei laboratori
clandestini dove si produce per le grandi firme i cinesi vivono e
dormono sul posto lavoro….tutte condizioni indegne per un paese
civile, ma accettabili per chi proviene dall’Africa più nera o dai
balcani squassati dalla guerra o dalla Cina dei campi di lavoro e che
fanno la fortuna dei tanti, tantissimi imprenditori italiani senza
scrupoli e coscienza. Il partito di Bossi ha sponsorizzato un film
sulle cinque giornate di Milano, per le comparse chi pensate abbiano
utilizzato, giovani padani? Neanche per sogno, un migliaio di rumeni
ingaggiati direttamente nel loro paese. La giunta provinciale di
Varese a guida nordista non ha battuto ciglio quando, per i mondiali
di ciclismo dello scorso anno, il ricco mercato dei gadget è stato
affidato a ditte cinesi invece che alle industrie del nord (e poi
tappezzano le nostre città con manifesti con cui denunciano
l’invasione dei prodotti made in China). Anche in questo caso le
ragioni del soldo prevalgono su tutto, anche sulla fede padana. Quando
i nostri industriali, partiti e sindacati lanciano l’allarme
occupazione, quando il governatore di Bankitalia Draghi si straccia le
vesti per i contratti a termine che non saranno rinnovati, quando il
governo con i nostri soldi sostiene l’industria dell’auto e la
cementificazione del territorio….quando gli uomini che contano ci
esortano a creare nuovi posti di lavoro a chi si riferiscono, agli
italiani o agli immigrati? Tutti noi siamo chiamati a fare
sacrifici, ma a quale scopo, per dare un futuro ai nostri giovani, per
dare un lavoro ai nostri disoccupati o per sostenere l’immigrazione
ad esclusivo vantaggio di certi imprenditori? Vi sono convinzioni
ideologiche e vantaggi economici che mettono d’accordo tutti: i
partiti, da destra a sinistra, gli imprenditori e anche la
Chiesa. Per la destra il principio cardine del capitalismo - il
fatidico libero mercato - porta i nostri politici e imprenditori che
si riconoscono pienamente in questa ideologia immigrazionista, a non
fare distinzione tra italiani e stranieri. Per loro i lavoratori sono
solo dei mezzi di produzione, una sorta di articoli di magazzino da
usare quando servono e da eliminare quando diventano un costo. Se sono
stranieri tanto meglio, rendono di più, costano di meno e si cacciano
più facilmente. Come faccia la destra di Fini a conciliare il suo
decantato principio di identità nazione con la massiccia immigrazione
è poi un mistero. La sinistra, legata al mito della società
multietnica, non pare interessata alle sorti dei nostri operai
altrimenti si batterebbe per eliminare questa concorrenza sleale ai
loro danni. Non lo fanno, gli eredi di Marx, per diluire la nostra
identità e perché sono nostalgicamente legati al mito
dell’uguaglianza: tutti uguali di fronte alla miseria. E poi
pensano, o meglio si illudono, di indottrinarli facilmente per colmare
i vuoti nelle fila dei loro tesserati. La Chiesa, infine, per un mal
compreso senso di solidarietà. Essa ha una visione sovranazionale e
tutti sono figli di Dio, quindi ben vengano i nuovi diseredati che si
aggiungono ai nostri sofferenti, con la differenza che i nuovi venuti
una fede già ce l’hanno, e non è quella cattolica….e poi,
diciamola tutta, per alcune associazioni umanitarie come la Caritas
che percepiscono fior di quattrini dallo Stato per l’assistenza agli
immigrati, l’immigrazione rappresenta un bel business. Su queste
considerazioni, che già di per sé basterebbero per squalificare i
nostri politici e a comprendere l’affanno della Chiesa, sovrasta
l’ideologia capitalista. Il capitalismo appunto, malattia
infantile di un’Europa alla deriva. Nato trecento anni fa dalla
mente perversa di un economista fallito, certo Adam Smith, si esprime
attraverso il principio del libero mercato. Libero mercato è la
ricerca a tutti i costi della convenienza economica, a prescindere da
qualunque considerazione di ordine etico, sociale, di interesse
nazionale o di semplice buon senso. Il capitalismo - da non confondere
con la libertà d’impresa e con la proprietà privata che sono
sempre esistiti in quanto insiti nella natura umana e che hanno
contribuito allo sviluppo delle civiltà, quelle vere - ha un solo
obiettivo, il profitto ed una sola regola, il mercato. “Meno stato e
più mercato”. Questo slogan demenziale ha portato, solo per fare
alcuni esempi, a distruggere le nostre arance, le migliori del mondo,
per importare gli agrumi da Israele e dalla Spagna, a multare i nostri
allevatori per poi acquistare il latte dalla Francia, a chiudere le
fabbriche in Italia per spostare la produzione all’estero, ad
abbandonare interi settori manifatturieri per importare gli stessi
prodotti da Cina, Pakistan o India, ed ora ad assumere immigrati. E lo
Stato? Tace e acconsente, anzi si compiace perché il principio del
libero mercato è rispettato. Non fa nulla se dipendiamo sempre di più
dall’estero, che non abbiamo più una nostra economia e che ci siamo
legati a filo doppio a quella americana. Dipendenza economica
significa anche dipendenza politica, ne sono la riprova le 113 basi
militari americane (alcune nucleari) sul nostro territorio e mantenute
con i nostri soldi, gli oltre 10mila soldati italiani all’estero a
sostenere, a nostre spese, le guerre volute da Bush (e ora da Obama),
la nostra politica estera scodinzolante e il peso politico
internazionale praticamente nullo. Anche il sud del mondo non va
certo meglio, sta infatti soffrendo anch’esso le conseguenze nefaste
del capitalismo globalizzato. Dopo le rapine delle potenze
coloniali dei secoli scorsi, nei Paesi dei terzo mondo privi di
risorse naturali si era avviata un’economia di sussistenza, semplice
e primitiva, ma che garantiva a quelle popolazioni stremate dalla fame
perlomeno la sopravvivenza e creava i presupposti per un successivo
sviluppo. Quello che si produceva in agricoltura, pastorizia e pesca
serviva principalmente a loro e solo le eccedenze venivano esportate.
Poi sono arrivate le multinazionali che con il pretesto degli aiuti
umanitari hanno imposto le monocolture e la scandalosa produzione dei
biocarburanti (coltivazioni per ricavarne benzina e gasolio) destinate
esclusivamente all’esportazione. Tutto ciò di cui quelle
popolazioni avevano bisogno e che in precedenza producevano in proprio
viene ora importato, naturalmente dalle stesse multinazionali e pagato
a caro prezzo. E qui entrano in gioco il Fondo Monetario
Internazionale e la Banca Mondiale prodighi di prestiti subordinati
alla completa trasformazione dell’economia di sussistenza in
economia di mercato per l’esportazione. In più, parte di quel fiume
di dollari che legano a filo doppio quei paesi condannandoli a pagare
per sempre tassi d’interesse usurai, finiscono nelle casse dei
dittatorelli di turno che li usano per acquistare armi, vendute
naturalmente dagli occidentali e così quei dollari ritornano da dove
sono venuti. Rappresentativa è l’immagine del bambino africano
denutrito con al suo fianco il miliziano ben pasciuto, che spara
all’impazzata a bordo di una camionetta. Manca il cibo, ma non le
armi, manca l’acqua, ma non la benzina per i militari. Senza garantire la pubblicazione e la restituzione del testo, chiunque volesse inviarci un documento scritto (obbligatoriamente in versione Doc) lo potrà fare al seguente indirizzo e-mail: paoloemilio.bogni@virgilio.it Chi volesse aiutarci economicamente per le spese di stampa e di distribuzione può farlo inviando un contributo sul Conto Corrente Postale n° 14759476 intestato a Edizioni all’Insegna del Veltro, Viale Osacca 13, Parma. Si raccomanda di specificare la causale “Contributo alla pubblicazione non periodica OPPOSTA DIREZIONE”. Il sito del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE), patrocinatore di questa pubblicazione non periodica, è www.cpeurasia.org. Se volete inviare un messaggio al CPE indirizzate a cpeurasia@yahoo.it Il CPE patrocina anche EURASIA, Rivista di studi geopolitici. Il suo sito è www.eurasia-rivista.org; per abbonarsi alla Rivista “Eurasia” chiedere informazioni al tel/fax 0521 290880. Chi volesse abbonarsi alla Rivista EURASIA può farlo inviando la quota stabilita sul Conto Corrente Postale n° 14759476 intestato a Edizioni all’Insegna del Veltro, Viale Osacca 13, Parma. Si raccomanda di specificare la causale “Abbonamento della Rivista EURASIA”. Chi volesse iscriversi alla Lista Eurasia, può inoltrare la richiesta ai moderatori della stessa, inviando un messaggio a lista_eurasia@yahoogroups.com Questa pubblicazione non periodica è da intendersi come ciclostilato in proprio
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